Quando anche Ruvo di Puglia era in quarantena: la peste del 1656

Casalpusterlengo, Codogno, Castiglione d’Adda, Fombio, Maleo, Somaglia, Bertonico, Terranova, Castelgerundo, San Fiorano e Vò. Sono questi gli undici comuni del Nord Italia che dal 22 febbraio stanno vivendo la “quarantena” per contenere la diffusione dell’infezione da Coronavirus COVID-19.

Poco più di tre secoli e mezzo fa i provvedimenti di quarantena colpirono molte città del Regno di Napoli tra cui la nostra città di Ruvo di Puglia. Ma, allora, l’epidemia fu notevolmente peggiore e più pericolosa dell’attuale. Non si trattava di un coronavirus ma del ben più temibile batterio della peste.

Micco Spadaro, Piazza Mercatello durante la peste del 1656, 1656, Napoli, Museo nazionale di San Martino

Il “terribile flagello” della peste apparve a Napoli all’inizio del 1656 portata, secondo alcuni testimoni di quei giorni, da alcuni soldati spagnoli provenienti dalla Sardegna. Dalla capitale “la piaga infistolita” diffuse “la puzza non solo alle Provincie e Città membra sue […] ma infettandone quasi tutta l’Italia”(1).

Ruvo fu toccata dalle “velenose saette” all’inizio di Novembre dello stesso anno. Secondo don Luca Cuvilli, autore della prefazione alla Platea del Capitolo Cattedrale che fu redatta proprio in occasione della pestilenza, il morbo si insinuò in città per “l’ingordigia dei foresi”(2), i braccianti che lavoravano a giornata. Il colpevole agli occhi di tutta la città fu un tale Giovanni Campanelli. L’uomo intrattenne rapporti lavorativi con cittadini di Andria (città molto colpita dalla peste) e, rientrato a Ruvo nella sua casa posta in un vicolo vicino la chiesa di San Nicolò Vetere, la cosiddetta “strada della Fica”, si ammalò e spirò il 3 novembre, senza mostrare i sintomi comuni dell’epidemia.

L’avvenimento fu raccontato ai Deputati della Salute della città che subito si attivarono per contenere il morbo: allontanarono dalla città i parenti del Campanelli, gli abitanti del vico e delle immediate vicinanze e chiunque avesse avuto contatti col defunto. Il corpo del defunto fu sotterrato sotto la sua abitazione e la stessa fu data alle fiamme.

Sul presunto “untore” fu scatenata un vera e propria campagna di odio e di emarginazione: è sintomatico come nelle pagine della Platea in cui si descrivono i censi del Capitolo Cattedrale su case nei pressi della chiesa diruta di San Nicolò Vetere, il vico della Fica è indicato come “il vico dove s’ebbe la prima volta la peste […] portata da un certo Gio. Campanelli”.

Le immagini dell’Assunta e dei Santi Cleto e Biagio nelle prime pagine della Platea del Capitolo Cattedrale di Ruvo, 1658 (tratto da www.cattedraleruvo.it)

I disgraziati colpevoli solo di essere contermini all’untore, furono deportati in una Torre sulla Murgia ruvese e lì abbandonati al loro destino, senza alcuna cura. Morirono tutti, con bubboni e “glianduzze”.

La città di Ruvo fu quindi posta completamente in quarantena dal 19 novembre del 1656. Un po’ come sta avvenendo in questi giorni nella nostra nazione, furono proibiti commerci e avvenimenti pubblici. Persino le chiese furono chiuse e i battesimi dei nati in quei giorni furono amministrati nelle case dei nascituri.

La quarantena, da quanto riporta Cuvilli, fu efficace e terminò il 15 dicembre dello stesso anno. In quei giorni non ci furono contagi né altre vittime anche grazie all’intercessione dei santi protettori della città che, con un voto solenne, furono invocati prima dell’arrivo della peste.

Il 6 ottobre 1656, infatti, l’Università si riunì in pompa magna nelle Case della Corte e decise di invocare a protezione della città i santi Nicola, Biagio e Cleto. Le statue dei santi furono portate in processione per le strade di Ruvo e poste su Porta Noè “acciò come forte rocche la defendano da ogni pericolo”. Ai tre santi, e anche a San Rocco che già aveva protetto la città in occasione della peste del 1503, fu concesso anche un “affettuoso riconoscimento” consistente in una lampada d’argento e 50 ducati per San Nicola e 20 ducati a testa per i tre protettori ruvesi da versarsi in occasione delle rispettive feste. Il voto fu solennizzato davanti al popolo in Cattedrale dove, alla presenza dell’arcidiacono don Giovanni Bonanno, il Sindaco e i Deputati impegnarono pubblicamente l’intera città ad eseguire le disposizioni.

Porta Noè e la città di Ruvo nel 1708 (disegno di Cassiano de Silva dalla Biblioteca Nazionale di Vienna)

Oggi, di quei giorni tristi ma speranzosi, restano pochissime testimonianze, soprattutto documentali.

Moltissime ne resteranno, invece, della quarantena di questo inizio 2020 con la convinzione che il deserto porterà frutti insperati di fraternità con tutti e di carità verso i poveri e i sofferenti, senza discriminazione alcuna”(3).

 

*** Per una completa disamina delle vicende relative alla Peste del 1656, si segnala l’interessantissimo saggio: “Una strage evitata: la peste a Ruvo nel 1656” di Francesco Antonio Bernardi e pubblicato in «Luce e Vita – Documentazione», 2 (2010), p. 75-96. Da questo volume sono tratte le trascrizioni dei documenti inserite in questo articolo.

La Platea del Capitolo Cattedrale di Ruvo di Puglia è invece consultabile all’indirizzo: http://www.cattedraleruvo.it/Libri/Platea/Platea.html

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Note   [ + ]

1. Capitolo Cattedrale di Ruvo di Puglia, Fons Perennis…, f. 8
2. Ibidem
3. dal messaggio di Mons. Maurizio Malvestiti, vescovo di Lodi, per la Quaresima 2020