Lotta tra poteri: il dipinto della Madonna dei sette dolori e l’interdetto ecclesiastico

Nicola Gliri (1631-1687), Madonna dei sette dolori tra i santi Ignazio e Francesco Saverio.  (Tratta da F. Di Palo, Cielo e Terra, Terlizzi, 1999)
Nicola Gliri (1631-1687), Madonna dei sette dolori tra i santi Ignazio e Francesco Saverio. (Tratta da F. Di Palo, Cielo e Terra, Terlizzi, 1999)

Strana e poco conosciuta è la storia(1) legata al dipinto della Madonna santissima de’ sette Dolori del bitontino Nicola Gliri, un tempo in Cattedrale e ora in attesa di essere restaurato e destinato a un futuro Museo di Arte Sacra.

Intorno al 1670 il Duca d’Andria e Conte di Ruvo Fabrizio Carafa fece costruire nella Cattedrale di Ruvo, e anche in quella di Andria, un trono con baldacchino ornato di drappi in seta, posto sul presbiterio di fronte a quello del Vescovo e da questi sempre mal visto.

Con l’obiettivo che non apparisse vestigio alcuno di detto trono in esecutione degli ordini della Sagra Congregazione, il vescovo Giovan Donato Giannone Alitto nel 1686 fece rimuovere ogni elemento rimanente del trono(2) e, nello stesso luogo, fece erigere un altare in cui venne incorniciata la tela della Vergine dei sette dolori tra sant’Ignazio e san Francesco Saverio.

Il quadro fu commissionato dallo stesso vescovo al Gliri di Bitonto(3), come ricorda lo stemma e l’iscrizione apposta sulla tela:

IOANNES DONATUS. IANNONIUS. ALITTUS / EPI. RUBEN. F. F. A. D. 1684

La presenza dei due santi è da ricondurre al rinnovamento religioso e morale della diocesi voluto dal vescovo Alitto, anche tramite le missioni popolari gesuitiche poste sotto la protezione dell’apostolo delle Indie san Francesco Saverio. Secondo Francesco Di Palo, l’immagine ricorda, nell’impianto generale e per alcune citazioni, un dipinto dello stesso Gliri per la chiesa della Purità di Martina Franca(4)

Stemma del vescovo Alitto (particolare del dipinto della Madonna dei sette Dolori)
Stemma del vescovo Alitto (particolare del dipinto della Madonna dei sette Dolori)

L’altare ebbe però vita breve: nella notte del 12 luglio 1690, senza rispetto dovuto alla Casa di Dio, il Maestro di Casa del Duca Lucio Picerna e il Camerlengo(5) Donato Cyani ordinarono di demolire l’altare, togliendo il quadro, il panno d’altare e tutti gli ornamenti, per ricollocarvi il trono ducale con sedia, spalliera e baldacchino. La demolizione fu effettuata da sei operai di Corato e da quattro armigeri della casa d’Andria. Gli armigeri rimasero tutta la notte nella Cattedrale e, di giorno, si spostarono nell’atrio esterno, sempre senza lasciare l’arme di fuoco.

In seguito a questi fatti, il 4 novembre 1690, il vescovo emanò l’Editto di Interdizione della chiesa Cattedrale e destinò la chiesa di san Cleto a luogo per la celebrazione dei riti(6). Ordinò, inoltre, di ricercare il Picerna e gli armigeri e condurli nel suo palazzo di famiglia a Bitonto per dichiararli scomunicati.

Il 10 novembre, non vedendo rimosso il Trono né riedificato l’altare, il vescovo fece pubblicare in città gli Editti di scomunica e, qualche giorno dopo, estese l’Editto d’Interdetto Ecclesiastico a tutta la città di Ruvo e al suo territorio. Si chiusero tutte le chiese, ogni rito religioso fu cancellato, si costituiva un modo di vita intollerabile per la popolazione ruvese, allora completamente ancorata alla fede religiosa.

Dopo circa due anni e mezzo, durante i quali ci furono diverse sospensioni, l’interdetto fu cancellato, poichè il trono ducale fu rimosso e l’altare della Madonna dei sette Dolori venne riedificato nello stesso luogo, probabilmente grazie all’influenza che l’elezione a Papa di Antonio Pignatelli, Arcivescovo di Napoli e figlio di Porzia Carafa, ebbe sulla casa d’Andria.

Il Cyani e gli armigeri furono assolti dalla scomunica solo dopo essersi prostati rei confessi ai piedi del Pontefice a Roma, con l’obbligo per il Cyani di pagare settanta ducati da impiegarsi in ornamento del medesimo Altare, che fu all’hora diruto, e che poi è stato di nuovo eretto.

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Note   [ + ]

1. La vicenda è stata raccontata da Carlo Lojodice nell’articolo “Due anni e mezzo d’interdetto ecclesiastico per la città e territorio di Ruvo” pubblicato nel 1890 sulla Rassegna Pugliese di scienze, lettere ed arti – Vol. VIII – Num. 7-8. Dove non diversamente indicato si è fatto riferimento allo scritto del Lojodice.
2. Forse per il poco uso, del trono erano rimasti, all’epoca, solo i gradini.
3. Anche il vescovo Alitto era originario di Bitonto.
4. F. Di Palo, Cielo e terra. Percorsi dell’arte sacra, dell’iconografia, della devozione, della committenza a Corato, Ruvo e Terlizzi tra ‘500 e ‘700, Terlizzi, 1999, p. 42-44.
5. Il Camerlengo conservava le chiavi delle porte della città, si occupava della loro apertura e garantiva una guardia urbana notturna a cui tutti i cittadini erano tenuti.
6. Come riporta anche l’Ursi, la scelta della chiesa di san Cleto non fu casuale: era sempre utilizzata nei casi di chiusura della Cattedrale. Si veda in merito: Immagini della devozione a san Cleto nell’Ottocento.
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